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LA CASA DELLA MOSCHEA di Kader Abdollah

Era una grande casa, con trentacinque stanze. Lì, per secoli, famiglie dello stesso sangue avevano vissuto al servizio della moschea. Ogni stanza aveva una funzione e un nome corrispondente a quella funzione, come la stanza della cupola, la stanza dell'oppio, la stanza dei racconti, la stanza dei tappeti, la stanza dei malati, la stanza delle nonne, la biblioteca e la stanza del corvo. La casa sorgeva dietro la moschea, addossata al suo muro. In un angolo del cortile una scala di pietra portava al tetto piatto, dal quale si poteva raggiungere la moschea. E al centro del cortile c'era una howz, una vasca esagonale dove gli abitanti della casa si lavavano le mani e il viso prima della preghiera. Adesso la casa ospitava le famiglie di tre cugini: Aga Jan, il mercante a capo del bazar tradizionale della città, Alsaberi, l'imam della casa e guida della moschea, e Aga Shoja, il muezzin.

Era un venerdì mattina, all'inizio della primavera. C'era un bel sole, il giardino profumava di terra e gli alberi erano coperti di giovani foglie. Sulle piante spuntavano i primi boccioli. Gli uccelli volavano da un ramo all'altro e cantavano per il giardino.
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La casa della moschea di Kader Abdolah.

𝐋𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐬𝐜𝐡𝐞𝐚, un cuore pulsante di vite e di storia famigliare: le fasi di passaggio tra il regime dello Scià all'avvento della rivoluzione iraniana sono il contesto storico in cui si sviluppa il romanzo.

𝐀𝐠𝐚 𝐉𝐚𝐧 𝐢𝐥 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐚𝐥𝐞 è ricco mercante, capo del bazar di Senjan e patriarca della casa dove famiglie dello stesso sangue per secoli hanno vissuto e vivono al servizio della moschea. La casa di fatto sorge dietro la moschea, addossata al suo muro.

𝐍𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐬𝐜𝐡𝐞𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐥’𝐚𝐫𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚 delle antiche tradizioni; all’ombra dei minareti, si intrecciano amori, sogni, matrimoni, passioni e preghiere un'immagine antica e armoniosa di una società che sta per essere attraversata (come fa presagire nell'incipit la massa di formiche che invade il cortile della casa) dal vento della storia che irrompe e trascinerà con sé i personaggi, rendendoli protagonisti degli eventi più drammatici.

Uno di questi, Ghalghal (il nipote) diventerà addirittura braccio destro di Khomeini e nessuno degli altri potrà sottrarsi dalle responsabilità del momento: chi lotterà contro l’oppressione, chi ne sarà strumento, chi farà esplodere i cinema, chi emigra in un altro paese, chi con la sua videocamera registrerà i fatti che faranno il giro del mondo e chi rimane e resiste silenziosamente.

𝐈𝐥 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐀𝐠𝐚 𝐉𝐚𝐧 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐧𝐞, 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐞 𝐜𝐮𝐬𝐭𝐨𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨, 𝐟𝐞𝐝𝐞𝐥𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐮𝐞 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐜𝐢. 

La casa della moschea di Kader Abdolah riceve recensioni molto positive per la sua capacità di unire il tono fiabesco alla crudeltà della storia.

Giudizi e Punti di Forza
Tono e Atmosfera: I lettori e la critica lodano l'inizio del romanzo, descritto come una favola lirica e sensuale che evoca la Persia e la vita intima di una famiglia legata alla tradizione.

Contrasto Storico: La narrazione si divide tra la quiete iniziale e l'arrivo drammatico della rivoluzione khomeinista, mostrando il passaggio da un Islam moderato e domestico al fanatismo repressivo.

Profondità dei Personaggi: Figure come il patriarca Aga Jan e le "nonne" sono apprezzate per il calore umano e la forza con cui incarnano la cultura persiana prima dello sconvolgimento politico.

Aspetti Critici
Ritmo Iniziale: Qualche lettore segnala che la prima parte può risultare lenta o faticare a decollare, prima di coinvolgere profondamente.

Impatto Emotivo: La seconda metà del libro è giudicata molto cruda e dolorosa a causa della violenza del regime, un aspetto che spiazza chi cercava solo una saga familiare rilassante.


 "Scrivo con i piedi in Olanda e la testa nella mia terra". 
Kader Abdolah

«Mio carissimo zio, continuo a scrivere. In questi anni non ho fatto altro che dare forma ai miei racconti.
L'ho fatto per voi e per il nostro paese.
Scrivo in un'altra lingua, adesso, e non so se esserne contento o se devo scusarmi con voi. Ma le cose sono andate così, non ho avuto il potere di farle andare diversamente. Ed è stata la mia salvezza: è stato l'unico modo per dare voce al vostro dolore e al dolore della nostra terra. Scrivo in un'altra lingua, adesso, ma cerco sempre di trasmettere attraverso i miei racconti lo spirito poetico della nostra bella e antica lingua.
Perdonatemi.
Mio carissimo zio, sogno così spesso la nostra casa e tutti voi che in realtà non è qui che vivo, ma lì.

Voi non morirete. Voi resterete fino a quando tutti saranno partiti e tutti saranno arrivati».

"Negli ultimi tempi Aga Jan scendeva spesso al fiume a passeggiare al buio sulla riva, ripensava alle parole di suo padre "Se ogni tanto sei triste, va a fare una passeggiata lungo il fiume, parlagli e il fiume porterà via il tuo dolore".
"Non voglio lamentarmi" disse Aga Jan rivolto al fiume "ma è come se avessi un sasso in gola". Gli bruciavano gli occhi, una lacrima gli scese sulla guancia e cadde a terra. Il fiume prese la lacrima e la portò via in silenzio nel buio senza dir niente a nessuno."

Nella quarta copertina Kader Abdolah scrive: ho scritto questo libro per l'Europa. Ho scostato il velo per mostrare l'Islam come modo di vivere...un Islam moderato, domestico non radicale. Abdolah, che dice di ritenersi persiano e non iraniano, è emigrato in Olanda per motivi politici e scrive storie della sua terra come ha detto in un'intervista, per combattere i suoi sensi di colpa.
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